Cosa significa pensare: le radici del Sacro in Occidente – parte 2

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In Occidente, da moltissimo tempo, c’è la tendenza a cercare il Sacro nelle tradizioni degli altri popoli. Questo accade perché il collegamento con le nostre radici si è occultato molto presto, una o due generazioni dopo che è stato portato qui dal mondo dello Spirito.
Questo accadeva circa 2500 anni fa. Le radici sono ancora presenti e l’albero è ancora vivo, altrimenti questa civiltà per come la conosciamo non potrebbe esistere.

Bisogna solamente ricordare tutto dall’inizio.

Salvator Rosa – Pitagora emerge dall’Oltretomba

Dal mio punto di osservazione, è di fondamentale importanza, per chi è nato all’interno della cultura occidentale, riprendere contatto con le nostre Radici del Sacro, presenti in noi con una “forma” e dei “modi” fatti apposta per noi, comprensibili fin nel profondo del nostro essere. La civiltà occidentale per come la conosciamo, cioè il mondo che ha la forma e le intenzioni che tutti abbiamo e sentiamo dentro di noi, ha un inizio, così come lo hanno tutte le altre civiltà.

E il nostro inizio, così come quello delle altre grandi civiltà durate millenni, è segnato da un Dono dal Divino. Questa è la nostra eredità e la nostra responsabilità.

Non è un caso se noi in Occidente siamo affamati per il reale senso delle cose e imploriamo per qualcosa a cui, nonostante tutto il nostro apparente progresso e benessere materiale, non siamo più in grado di dare un nome. Questa civiltà Occidentale a cui apparteniamo fu creata con uno scopo. E finché non iniziamo di nuovo a ricercare quello scopo, le nostre vite resteranno prive di senso profondo. A meno che non tocchiamo di nuovo le nostre radici e ci rimettiamo in contatto con la vera essenza del nostro passato, non possiamo avere un futuro.
Peter Kingsley

Credere che le conoscenze che ci hanno tramandato i nostri antenati siano argomenti riservati al mondo accademico, o comunque argomenti “poco interessanti”, è uno dei più grandi errori che potremmo fare. Ad oggi i testi antichi, relativi alle origini della nostra cultura, vengono studiati principalmente dagli accademici, che molto spesso li affrontano soltanto dal punto di vista intellettuale, e dimenticano di integrarli con il sentire.

Questa consuetudine è stata loro insegnata da Platone e Aristotele (discepolo di Platone) e da chi li ha succeduti. Aristotele infatti ha “inventato” principi primi a caso, cioè secondo la sua interpretazione del mondo, senza confrontare le sue conclusioni intellettuali con l’ascolto sottile dei mondi spirituali; Platone aveva l’abitudine, riconosciuta ai suoi tempi, di estrapolare le parole sacre e usarle in contesti che sacri non erano, adulterando il senso primo di quelle parole per assoggettarle alla “bellezza” della sua arte oratoria.

Ma la linfa vitale del nostro albero scorre molto più in profondità di loro, circa un secolo prima di Platone, nel terreno oggi etichettato come filosofi pre-socratici. E’ con loro che il nostro albero buttò fuori il suo primo germoglio.

L’unico modo sensato di leggere i testi che sono arrivati fino a noi è da un punto di vista “sciamanico”, cioè da una visione che abbraccia il sentire mistico dell’essere umano insieme alla sua capacità razionale di mettere in ordine le informazioni, avendo sempre coscienza del fatto che l’aspetto razionale della vita è asservito alla visione mistica e non il contrario.

Spesso accade una sorta di fastidio o paura o noia al pensiero di guardare il riflesso che lo specchio del Passato ci rimanda: si potrebbe scoprire forse in quel riflesso qualcosa di non ben definito che non ci piace. Le “dimenticanze” del nostro passato sono un po’ simili ai buchi neri: esse hanno il potere di distruggere l’idea di chi siamo, l’identità di un popolo, e di buttarci in un completo e vacuo nulla.

Nella nostra epoca si trova un particolare tipo di archeologi, che hanno scavato abbastanza a fondo alle radici del nostro passato, e il risultato è stato sconvolgente. Nel terreno della spiritualità occidentale, andando oltre il senso di profondità a cui saremmo portati ad andare, oltre quel confine che segna il perdere la propria bussola e ritrovarsi in un indifferenziato nulla, si possono di nuovo toccare le vere radici che reggono il senso del mondo in cui viviamo.

Lì si trovano i canti e gli insegnamenti che ci hanno lasciato in eredità i nostri Antenati, ispirati dal Divino che nutre questa terra, fatti di una musica concepita apposta per le nostre orecchie e le nostre inclinazioni naturali, in quanto noi siamo figli di questa terra occidentale e non di altre.

(statuetta di Iside)

Le nostre radici si trovano abbracciando un enigma, o similmente entrando in un labirinto, una forma poetica e mistica di verità donataci dal Divino, che cerchiamo di fare nostra attraverso le facoltà razionali, e se riusciamo a stare con essa abbastanza a lungo, nell’illusione di riuscire a “capirla”, ne veniamo invece trasformati dal di dentro, essendo essa un amo che ci tiene avvinti con la lusinga di una futura “comprensione” e che getta in realtà un seme che a suo tempo sboccerrà dal nostro profondo.

Quello che nella tradizione giapponese è la domanda “impossibile” del maestro zen.

Per ritornare a ricordare chi siamo, è necessario iniziare da una storia.
Soltanto una storia, infatti, ci può far uscire dal labirinto, poiché se tentassimo di uscire seguendo la logica di quest’ultimo (proprio come facciamo oggi), resteremmo intrappolati al suo interno per sempre.1
Questa storia ci riporta al punto iniziale da cui è partita la civiltà in cui viviamo oggi, al punto da cui prende forma e sostanza la nostra personalità, cioè il nostro modo di vedere e concepire il mondo.

Questa può essere solamente una storia, anche se è una storia che ha un’anima. Quindi non c’è pericolo di nessun genere: possiamo addentrarci nei suoi profondi misteri e contraddizioni, e lasciarci trasportare in un altro mondo per un po’, senza correre il rischio di doverle credere davvero. Possiamo sempre scegliere se rimanere a galla, in superficie, o andare più a fondo.

Come per tutte le storie che hanno un’anima, comprendere questa storia significa venire trasformati da essa. Rimettendo in ordine (e in discussione) il sentire dentro di noi e i testi a nostra disposizione.


Tanto tempo fa, circa 2500 anni fa, sono esistite delle persone profondamente spirituali, mistici dalle facoltà straordinarie, di un genere che oggi facciamo molta fatica a immaginare. Sopratutto perché oggi abbiamo dimenticato che cosa è veramente la spiritualità. E dopo un po’ di tempo che avevamo dimenticato, abbiamo dimenticato di aver dimenticato. Questo è il nostro punto di partenza.

Queste persone erano quello che oggi potremmo identificare con mistici, sciamani, cantori, guaritori, legislatori, ingegneri, scienziati e filosofi 2, tutto in una. Gente molto pratica e concreta e quindi molto connessa con il piano Divino dell’esistenza. All’inizio era così. Queste persone sono gli Antenati della nostra cultura occidentale, coloro che hanno preparato il terreno e piantato i semi di un nuovo modo di vedere, concepire e interpretare il mondo 3. Quello che conosciamo oggi.

E ancor di più, essi prepararono le fondamenta per molte delle scienze e discipline con cui oggi noi lavoriamo e crearono la struttura in cui pensiamo, e addirittura entro cui percepiamo il mondo. Oggi quest’affermazione non stupisce più perché si sa, dagli studi sulle neuroscienze, che la percezione di qualcosa dipende dalla credenza che si ha di quel qualcosa4.

Le Radici dell’Albero da cui proviene il nostro mondo occidentale, con la sua filosofia, scienza, tecnologia, forma religiosa e struttura sociale, si basano su un antico insegnamento che sembrava essersi completamente eclissato, ma che invece è ritornato a noi, per essere visto ancora una volta e ri-cordato (riportato al Cuore).

Non che se ne fosse realmente andato, è solo che l’enorme massa di interpretazioni e pensieri con cui l’abbiamo ricoperto ha fatto sì che non riuscissimo più a vederlo e a ri-trovarlo. Per il nostro punto di vista umano quell’insegnamento era andato “perduto”, quindi ci siamo comportati per 2400 anni come se non ci fosse. E tra poco vedremo perché.

I nostri Antenati dell’inizio, a cavallo tra l’epoca del pensiero pre-personale e l’epoca del pensiero personale (in cui siamo oggi), ci insegnarono il corretto uso dell’arte di pensare e dell’arte di trascendere la mente, due movimenti apparentemente contrapposti, ma adatti alla nostra “struttura” spirituale 5, attraverso i quali possiamo scoprire come realizzare nella pratica l’armonia tra Cuore e Mente.

L’unione di Cuore e Mente è un’esperienza che oggi è possibile fare anche attraverso il lavoro di Risoluzione Somatica. Durante le rappresentazioni di gruppo, infatti, si fa esperienza dei reali legami che esistono nella nostra vita, e non di quelli che “pensiamo” esserci, prendendo cosapevolezza dei rigidi ragionamenti causa-effetto che mettiamo in atto per interpretare gli eventi che ci coinvolgono, ragionamenti che ci impediscono di vedere la Realtà per quella che è.

Anche il canto funzionale permette di ritrovare la connessione tra tutte le parti di noi, che percepiamo come separate, aiutandoci a concepire noi stessi come un’unica sinfonia di strumenti diversi che cooperano.

Eraclito fu un uomo di quei tempi, e fu colui che in occidente portò l’idea che “tutto scorre“, tutto continua inesorabilmente a cambiare, tanto che quello che oggi è una cosa domani può trasformarsi nel suo opposto. Empedocle descrisse la stessa cosa nella sua cosmogonia dell’eterno ciclo tra Neikos e Philotes, che è veramente simile allo Yin e Yang a cui siamo tanto abituati, e che viene erroneamente tradotta con “odio” e “amore”. Una traduzione più fedele sarebbe “repulsione” e “attrazione”, perché ci aiuta a non cadere nel giudizio e nella preferenza, essendo queste due forze entrambe necessarie.

Come afferma Peter Kingsley: «Un aspetto della grande forza di questa Tradizione è che afferma qualcosa di totalmente fuori dal comune, talmente tanto che le persone che hanno studiato questa tradizione, non si sono nemmeno accorte della portata di quello che veniva affermato e hanno tradotto malamente i testi a loro disposizione, cambiandone il significato originale.
E in un certo senso è stato abbastanza “giusto” quello che gli studiosi hanno fatto, poiché non c’è posto per questa Tradizione nel mondo come lo conosciamo. In nessun modo. Uno o l’altra doveva sparire, perciò quello che è successo, fino a oggi, è che questa Tradizione è finita per eclissarsi, così che il mondo come lo conosciamo potesse andare avanti. E se invece voi prendete sul serio questa Tradizione, allora il mondo come lo conoscete comincerà a spaccarsi e sgretolarsi davanti ai vostri occhi». 6

Pensare è un atto puramente umano, un atto creativo e rivoluzionario, che permette di “staccarsi” dalla realtà contingente in cui si vive per concepirla da un punto di vista “alto”, come in un volo d’aquila. Pensare è però uno strumento pericolosissimo, tanto pericoloso quanto potente. Quando scopriamo la possibilità di pensare, iniziamo a creare mondi e situazioni strabilianti e la nostra mente, improvvisamente, non ha più quiete né riposo. Pensare è il modo con cui, “dopo” aver pensato, ritagliamo il mondo e lo nominiamo, cercando in esso le forme e le strutture che il nostro pensiero ci ha “prima” indicato come possibili. Perciò se si conosce come utilizzare uno strumento così potente, si può arrivare a vedere nella realtà la verità nascosta dalle forme sempre in movimento, si può ritornare a Sé.

Per fare questo, servono dei saggi che ci insegnino come si fa a pensare.

Negli antichi insegnamenti della nostra Tradizione, ci viene insegnato come agire nel mondo, senza distaccarcene, e contemporaneamente, ci viene insegnato come non restare invischiati nella ragnatela di ciò che appare davanti agli occhi.
Ci insegnano contemporaneamente a meditare, per ritrovare il contatto con il Sacro, e a vivere nel mondo nel momento presente, senza fare gli asceti.

Questo metodo fu portato qua da un piano Divino, apposta per noi, per vivere in sincronia con il movimento Divino che nutre questa terra, che tutti noi sentiamo dentro e a cui non sappiamo dare una forma. Questo metodo ci fu insegnato per “andare oltre”, arrivando a vedere la Realtà senza occhi velati.

Questo era l’intento degli Antenati dai quali discendiamo. E noi, 100 anni dopo che ci fu fatto questo dono, abbiamo tenuto il meraviglioso regalo e buttato via le noiose istruzioni su come utilizzarlo.

Well over two thousand years ago, science as we know it was offered to the West with a warning tag attached to it: Use this, but don’t be tricked by it. And of course, impatient little children that we are, we tore off the tag and ignored the warning.”

Peter Kingsley, Reality (2004)

Il primo personaggio della nostra storia nasce nel 570 a.C. sull’isola di Samo, e fu un antico maestro illuminato di nome Pitagora. Egli era contemporaneo del più acclamato Buddha e non aveva niente di meno di quest’ultimo.

«La nascita di Pitagora è leggenda, come quella delle grandi anime che hanno attraversato questa terra. Si racconta che la sua nascita sia stata annunciata dalla Pizia delfica, sacerdotessa dell’antico dio Apollo, e che questo essere prodigioso, con la sua opera e la sua presenza, avrebbe giovato all’intero genere umano.» 7

«L’oracolo del dio trovò conferma, mano a mano che il piccolo cresceva. Un essere eccezionale era davvero venuto al mondo. Sin da fanciullo, egli destava l’immediata attenzione di chi lo incontrava, una «stupefatta ammirazione» e una sacrale «venerazione» era suscitata dalle sue parole e dai suoi gesti. La luce solare di Apollo sembrava manifestarsi attraverso il suo corpo ben fatto, anche nei discorsi che egli pronunciava.» 8
In qualche modo egli ricordava il mitico Orfeo, dell’antica tradizione di guaritori-cantori che per millenni è esistita nella terra di occidente.

«Agli abitanti di Samo, l’isola sulla quale era nato, sembrava che un «daimon benigno» si fosse manifestato tra i mortali: «un’anima inviata dagli Dei» affinché si prendesse «cura» degli uomini e li illuminasse di sapienza. Molti dicevano che sotto le sue spoglie mortali, si nascondeva lo stesso dio Apollo, manifestatosi sulla terra attraverso un suo avatar9
Pitagora era noto tra gli antichi perché, nella sua immensa saggezza, ricordava anche tutte le sue vite precedenti.

Pitagora viaggiò per 30 anni in tutto il mondo, visitando tutte le grandi civiltà conosciute, divenendo allievo dei grandi saggi indiani, dei mistici babilonesi, dei sacerdoti egizi e, ovviamente, anche di altri saggi e guaritori che conosciamo poco e male, tra cui un’antica stirpe di sciamani della Mongolia.
Alla fine dei suoi viaggi, si stanziò nell’Italia del sud, dove nacquero diverse scuole pitagoriche, che avevano la ben nota caratteristica di accettare donne e uomini senza discriminazione.

A questo punto arriva Abari, un grande sciamano mongolo, che negli antichi testi viene considerato provenire dalla mitica regione di Iperborea, sede invernale dell’antico dio Apollo. Abari era un guaritore del dio e arrivò fino in Italia per consegnare a Pitagora un antico oggetto rituale: una freccia d’oro. Non una freccia come le immaginiamo oggi, ma di forma conica sfaccettata, simile ai phurba presenti ancora oggi nelle tradizioni dell’est.

Abari era il nome che i Greci gli avevano dato, il suo vero nome non è arrivato fino a noi, e molto probabilmente lui stesso non lo ha mai comunicato, com’era uso nella tradizione della sua gente. Quello che sappiamo di lui è che apparteneva all’antica popolazione degli Avari, da cui il nome Abari, l’Avaro. Il suo appellativo completo era Abari viaggiatore del cielo, poiché tutti i suoi viaggi li compiva in stato di trance e, guidato dalla freccia d’oro del dio Apollo, riusciva ad attraversare zone che nessun umano sarebbe mai riuscito ad attraversare, come le impervie catene montuose dei monti Altai o immensi deserti.

Non abbiamo altre notizie su Abari lo sciamano, attorno a lui c’è solo un vasto e sbigottito silenzio. Attorno a questo genere di silenzi c’è spesso anche un’aura di sgomento, perché andare a guardare più da vicino potrebbe significare vedere cose che fuoriescono dal dominio della nostra ordinaria comprensione.

Non c’è da stupirsi che Abari arrivasse dal lontano Oriente, infatti non era né il primo né il solo ad aver fatto questo grande viaggio, erano molte le connessioni tra Oriente e Occidente nei tempi antichi, e un altro esempio di un noto guaritore è quello di Aristea di Proconneso (proveniente dall’isola Proconneso, oggi Marmara). Egli era un altro viaggiatore tra i mondi, che aveva percorso molte volte le strade da Occidente a Oriente e viceversa, anch’egli come nel caso di Abari, in uno stato di estasi divina indotta dal dio Apollo. 10

E un altro esempio noto è quello di Epimenide, uno dei Sette Saggi, che si disse visse una lunga vita (da 150 a 299 anni) intervallata da lunghi “sonni” fatti in delle caverne, di cui uno durato 57 anni, che gli fece il dono della veggenza. Tenete a mente questa storia di Epimenide, perché tra poco ritornerà una situazione simile con Parmenide.

Arrivati a questo punto della storia, dovremo prendere un profondo respiro e tuffarci nelle profondità della leggenda e del mistero, dove risiedono le radici del nostro passato, della storia che abbiamo dimenticato, e di chi siamo.


Pitagora fu colui che ebbe il compito di preparare il terreno per la semina di un nuovo modo di concepire il mondo. Egli fondò la famosa scuola pitagorica, continuando l’antica e misteriosa tradizione orfica, «ponendo come obiettivo principale del suo insegnamento la ricerca dell’άρχή [arché], la causa e il principio primo di tutte le cose. Partendo dallo studio della magia della lira di Orfeo, da cui i cuori degli uomini venivano acquietati, purificati, e reintegrati nella loro parte divina, la conclusione di Pitagora fu che l’άρχή [arché] è il numero, che è udibile in musica e che, per un principio di risonanza, tocca e rimette a posto le corde del cuore». 11

Poi venne Parmenide, il cui vero nome è Parmeneide [3] ed è così che continuerò a chiamarlo qui.

Anche lui è collegato alla tradizione dell’antico dio Apollo, egli era infatti nato a Velia (impropriamente nominata Elea da Platone), una città fondata dai Focesi nell’attuale Campania, vicino a un’altra antica città molto famosa a quei tempi per la presenza di una delle scuole pitagoriche, chiamata Poseidonia e oggi conosciuta come le rovine di Paestum. E i Focesi, se ve lo state chiedendo, erano un’antica popolazione che abitava sulle coste dell’Anatolia occidentale, che quando furono costretti dai persiani ad abbandonare la loro terra, portarono con sé i loro Dei e gli oggetti di culto, interrogarono il dio Apollo su quale fosse il luogo più adatto per fondare le loro nuove colonie, ed ebbero in responso un enigma impossibile da comprendere. L’unico che riuscì a decifrarlo fu un pitagorico che proveniva dalla città di Poseidonia, e il responso fu di fondare una città subito a sud di Poseidonia, che fu nota come Velia, e un’altra colonia fu Massalia, oggi nota come Marsiglia. [3]

Il maestro di Parmeneide fu Ameinias, un saggio che dopo la sua morte fu venerato come un dio. Questa tradizione di costruire templi dedicati ai maestri “illuminati” non era tipica della cultura greca, ma c’è molta confusione e tanta ignoranza su cosa fosse la “cultura” greca. La Grecia era una confederazione di città autonome, che si estendeva in buona parte delle coste del Mediterraneo, sulle coste del Mar Nero e sulle coste dell’Egitto. Ogni territorio manteneva, però, le proprie tradizioni spirituali e la propria cultura di sottofondo, l’unica cosa che le accomunava tutte era la lingua greca. La magna Grecia, come viene definita, è un termine più corretto, anche se gli autori antichi fanno differenza tra Atene, la magna grecia e la Sicilia.

La storia della “Grecia” che abbiamo sentito a scuola non è altro che la storia raccontata da Atene, la più dispotica e violenta delle città, che alla fine conquistò tutte le altre o distrusse gran parte della loro autonomia nel tentativo di inglobarle. E’ un po’ come se oggi credessimo che la storia degli Stati Uniti fosse la storia di New York.

La cultura dei Focesi, da cui proveniva Parmeneide, era devota del dio Apollo Oulios, il guaritore. Era il Dio che guariva secondo un’antica tecnica, nota nel mondo romano come Incubatio, e nel mondo greco come Anamnesi, praticata in alcuni templi dedicati a divinità guaritrici, come il famoso tempio di Asclepio ad Epidauro. Questo metodo di guarigione è ancora presente in Turchia e in alcune parti del medioriente.

La tecnica dell’Incubazione è una delle due meditazioni che i nostri Antenati ci hanno donato, questa fu portata qui dal mondo del Divino da Parmeneide. Egli scrisse un poema che descrive il suo viaggio mistico (potremmo dire “sciamanico”) e il dono che la Dea gli concede e le istruzioni associate a questo prezioso dono, da non dimenticare mai. [3]12

Il poema13 di Parmeneide contiene tutte le nozioni che la fisica quantistica, dalla metà del 1900, sta scoprendo sulla natura dell’Universo, ad esempio il fatto che sia finito come “estensione” ma infinito come “percorrenza” (tipo un nastro di Moebius per intenderci). Questo stesso tema si trova anche in uno dei paradossi di Zenone.

E ciò che serve è che tu impari ogni cosa:
sia l’immoto cuore della persuasiva Verità e
sia le opinioni dei mortali
in cui non c’è nulla che può essere completamente affidabile”.
[…]
“Ciò che ti dirò è quale strada di ricerca,
e quale soltanto, esiste per pensare”.

Estratto del discorso che la Dea rivolge a Parmeneide

In pratica la tecnica è conosciuta con la locuzione “morire prima di morire” e consiste nello sdraiarsi in un luogo “sacro”, simile a una caverna, un tempio poco illuminato, un luogo di riposo insomma, e di abbandonare ogni volontà. Si lascia che il corpo si abbandoni e che rimanga immobile e rilassato in una qualunque posizione sdraiata, finché davvero ogni volontà e speranza viene abbandonata e si arriva in uno stato di “sonno che non è sonno”. In questo stato, il corpo è nel punto più vicino possibile all’immobilità della morte per un essere vivente, e la mente pian piano si ferma, guidata dalla volontà di abbandonarsi completamente al Divino. E poi accade il mistero. Il viaggio si compie nonostante noi. Questo è tutto ciò che si può dire da questa parte del racconto.

Questa pratica donataci da Parmeneide, ci insegna ad abbandonarci alla volontà Divina e a fare l’esperienza che siamo chiamati a fare in questa vita, senza altre volontà da parte di un “io” non ben definito. Questa è la pratica che trascende la mente.

La seconda pratica integra invece tutti i sensi. Ci è stata donata da un altro grande Antenato della nostra cultura occidentale: Empedocle.

Parmeneide ci ha insegnato l’arte di pensare, il nome che le diede fu logica (logos), e lo scopo iniziale era quello di risvegliare: toccando e trasformando ogni aspetto dell’essere umano. Questa parola in seguito darà forma a tutto il pensiero occidentale, venendo completamente travisato il suo senso, poichè le istruzioni meditative con cui andava utilizzata sono state tralasciate due generazioni dopo Parmeneide. Il fine ultimo della logica, infatti, è molto più pragmatico di una mera discussione intellettuale: è quello di portarci fuori dal labirinto di significati in cui ci siamo trovati ingarbugliati da soli. Questo è il modo in cui la usava ancora Zenone (discepolo di Parmeneide) nei suoi famosi paradossi, e Gorgia (discepolo di Empedocle), nella sua arte oratoria. Dopo di loro, tutto cambiò.

Allo stesso modo di Parmeneide, Empedocle ci ha donato una seconda tecnica meditativa: l’arte di vivere nel presente, o come la chiamava lui: “senso comune” (koinê aisthêsis). Questa locuzione oggi non significa niente di ciò che intendeva Empedocle, così come la “logica” (logos) di oggi non ha niente a che vedere con l’insegnamento di Parmeneide.

Sono questi, infatti, i vari e tanti strati di interpretazione e dimenticanza di cui parlavo all’inizio, con cui abbiamo ricoperto, nei secoli, il collegamento con le nostre radici. Le parole hanno cominciato a significare “altro” dal loro reale intento e la nostra vista si è via via offuscata, fino a darci la sensazione di essere precipitati nel buio.

Empedocle fu un altro grande maestro, cantore, guaritore, mistico e scienziato nato ad Acragas, oggi Agrigento, in Sicilia. E fu allievo di Parmeneide. Egli, come Pitagora, fu molto noto per le guarigioni che riusciva a compiere sulle persone e anche su intere città e zone naturali, attraverso l’uso del canto e del suono. Era anche in grado di prevedere i terremoti e le eruzioni vulcaniche. Empedocle fu anche colui che ha gettato le basi della moderna chimica, astronomia, fisica e biologia. Dalla fusione dei suoi studi con quelli dei saggi egizi e mediorientali, nacquero l’alchimia, più tardi il pensiero gnostico e infine il sufismo. [10]

La tecnica del “senso comune” ci è stata donata da Empedocle, anch’essa portata qui dal Divino, come viene scritto nel suo poema (che spesso viene considerato essere due poemi [10]). In questa tecnica viene insegnato a restare presenti a tutto ciò che entra nei nostri sensi, poiché i sensi non sono altro che le porte attraverso cui il Divino ci parla e ci guida. Empedocle ci insegna a prendere coscienza contemporaneamente di ciò che vediamo, ciò che udiamo, ciò che sentiamo, tenendo presente che “io sono colui che si rende conto di percepire con i sensi” e non la percezione; e ci insegna che quando riusciamo a compiere davvero il totale ascolto di tutti i sensi contemporaneamente, a quel punto accade il mistero. A quel punto accade che vediamo la Realtà per quella che è.

“Vieni ora: percepisci con ogni tuo senso
come ogni singola cosa diventa apparente”.

Estratto del poema di Empedocle

Due anni dopo, nel 1960, vicino l’edificio nel quale poco tempo prima erano state trovate le iscrizioni con il nome Oulis, venne trovato un blocco di marmo che presentava tracce di un’epigrafe di ringraziamento, le cui parole incise erano:

OuliádēsIatromantisApollo

La nuova scoperta era davvero la prova che attendevano, ma il frammento di marmo si rivelò fonte di imbarazzo, era qualcosa di cui parlare il meno possibile o piuttosto da dimenticare perché non trovava posto nella mappa delle nostre conoscenze.

Il senso è chiaro: l’epigrafe – insieme alle scoperte precedenti – era la testimonianza lampante che la grecità fosse altro rispetto quella che da tempo si credeva che fosse e le origini della cultura occidentale sembravano ormai svelare una forte impronta mistica. 

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/parmenide-sacerdote-di-apollo-la-incubatio-e-la-guarigione-sacra

La storia momentaneamente termina con il seguente pensiero:

Di Prometeo trattano quattro leggende:
Secondo la prima egli fu inchiodato al Caucaso, perché aveva tradito gli dèi a vantaggio degli uomini, e gli dèi mandavano aquile a divorargli il fegato sempre ricrescente.
La seconda vuole che Prometeo, per il dolore procuratogli dai colpi di becco, si sia addossato sempre più alla roccia fino a diventare con essa una cosa sola.
La terza asserisce che nei millenni il suo tradimento fu dimenticato; tutti dimenticarono: gli dèi, le aquile, egli stesso.
Secondo la quarta ci si stancò di lui che non aveva più motivo di essere. Gli dèi si stancarono, la ferita – stanca – si chiuse.
Rimase l’inspiegabile montagna rocciosa. La leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile. Siccome proviene da un fondo di verità, deve terminare nell’inspiegabile.

Franz Kafka

Note:

  1. Karoly Kerényi, Nel labirinto, Bollati Boringhieri (2016). ↩︎
  2. Per una trattazione completa dell’origine della parola filosofia, collegata a Pitagora, e del suo reale significato vedi: Peter Kingsley, Ancient philosophy, mystery and magic. Empedocles and Pythagorean tradition, Clarendon paperbacks (1995). ↩︎
  3. Peter Kingsley, In the dark places of wisdom, Inverness (1999). ↩︎
  4. Bruce H. Lipton, La biologia delle credenze, Ed. Macro. ↩︎
  5. Joseph Campbell, Le maschere di Dio, mitologia occidentale, Oscar Saggi. (pagg. 40-3). ↩︎
  6. Peter Kingsley, Primordial meditation, conferenza audio solo in inglese. ↩︎
  7. Davide Susanetti, La via degli dei, Carocci editore (2017). ↩︎
  8. ibidem ↩︎
  9. ibidem ↩︎
  10. Per la storia completa di ciò che è giunto a noi su Abari e Pitagora vedi: Peter Kingsley, A story waiting to pierce you: Mongolia, Tibet and the Destiny of the Western World, (embossed hardcover, 2010). ↩︎
  11. Joseph Campbell, Le maschere di Dio, mitologia occidentale, Oscar Saggi. (pagg. 212-3). ↩︎
  12. Peter Kingsley, Reality, The golden Sufi center publishing (2004). Contiene le spiegazioni dettagliate dei poemi di Parmeneide ed Emepdocle. ↩︎
  13. Strabone asserisce fermamente che anticamente la poesia altro non era se non un linguaggio allegorico. Dionigi di Alicarnasso lo conferma, ammettendo che i misteri della natura e le più sublimi concezioni della morale sono stati ricoperti da un velo. Non è dunque in senso metaforico che la poesia arcaica viene chiamata Linguaggio degli Dèi. Nel suo stesso nome è racchiuso quel significato segreto e magico che ne costituisce la forza e il fascino. Quasi tutti i glottologi fanno derivare il termine poesia dal greco poiein – fare, creare. Etimologia in apparenza semplice e ovvia, ma poco conforme al linguaggio sacro dei templi, nei quali nacque la poesia arcaica. È più logico convenire con Fabre d’Olivet chepoiesis deriva dal fenicio phone (bocca, voce, lingua, discorso) e da ish (Essere supremo, essere archetipo; cioè, in senso figurato, Dio). L’etrusco Aes o Aesar, il gallico Aes, lo scandinavo Ase, il copto Os (Signore) e l’egizio Osiris, hanno tutti la stessa radice. (Édouard Schuré) ↩︎

Bibliografia:

[1] Karoly Kerényi, Nel labirinto, Bollati Boringhieri (2016).
[2] Peter Kingsley, Ancient philosophy, mystery and magic. Empedocles and Pythagorean tradition, Clarendon paperbacks (1995).
[3] Peter Kingsley, In the dark places of wisdom, Inverness (1999).
[4] Bruce H. Lipton, La biologia delle credenze, Ed. Macro.
[5] Joseph Campbell, Le maschere di Dio, mitologia occidentale, Oscar Saggi. (pagg. 40-3).
[6] Peter Kingsley, Primordial meditation, conferenza audio solo in inglese.
[7] Davide Susanetti, La via degli dei, Carocci editore (2017).
[8] Peter Kingsley, A story waiting to pierce you: Mongolia, Tibet and the Destiny of the Western World, (embossed hardcover, 2010).
[9] Joseph Campbell, Le maschere di Dio, mitologia occidentale, Oscar Saggi. (pagg. 212-3)
[10] Peter Kingsley, Reality, The golden Sufi center publishing (2004).


Libri consigliati:

  • Giamblico, Vita di Pitagora.
  • Porfirio, Vita di Pitagora.
  • Eliano, Storia Varia.
  • Davide Susanetti, La via degli dei, Carocci editore (2017).
  • Peter Kingsley, In the dark places of wisdom, Inverness (1999)
  • Peter Kingsley, A story waiting to pierce you: Mongolia, Tibet and the Destiny of the Western World, (embossed hardcover, 2010).
  • Peter Kingsley, Ancient philosophy, mystery and magic. Empedocles and Pythagorean tradition, Clarendon paperbacks (1995).
  • Peter Kingsley Reality, The golden Sufi center publishing (2004). (Contiene le spiegazioni dettagliate dei poemi di Parmeneide ed Emepdocle)
  • Erodoto, Storie.
  • Mircea Eliade, Shamanism, Princeton 1962.
  • Karl Kerenyi, Gli dei e gli eroi della Grecia, il Saggiatore (2015).

Tengo Cerchi di Gruppo e Sessioni Individuali di Risoluzione Somatica dei blocchi emotivi e corporei in Sicilia e in Toscana.
Qualche giorno prima dei Cerchi di Gruppo ci saranno delle Conferenze aperte ed esperienziali per far conoscere questo metodo e tanti altri appuntamenti.

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