Conoscere il significato delle parole ci aiuta a richiamarle in maniera intelligente e funzionale, ovvero in maniera che Esse siano d’aiuto nello svolgimento e comprensione della nostra vita, e non da ostacolo. Le Parole, infatti, sono vive. Non siamo abituati a pensarla più in questo modo da tanto tempo, ma dentro di noi questa informazione esiste sempre, nonostante la grave amnesia in cui siamo abituati a vivere.
Come faccio a usare le parole in maniera che Esse mi aiutino a vivere meglio, cioè a discernere saggiamente tra un modo di fare e un altro?
In questo articolo parto dalla definizione di “senso di colpa“, come oggi indicato sui dizionari della lingua italiana e sui manuali di psicologia: “senso di colpa” è definito come un sentimento temporaneo di breve durata, cha accade quando la condotta di un individuo vìola una regola sociale (scritta o meno) o di comportamento, così che tale sentimento aiuti l’individuo a cercare dentro di sé un altro modo di agire, più conforme all’armonia del sistema in cui si trova. Questo significa che, perché il senso di colpa risulti un sentimento funzionale, come qui descritto, esso deve avere la caratteristica di durare poco. Serve infatti solamente a farci rendere conto che un nostro comportamento non è in linea con le regole sociali, del vivere comune, e una volta aggiustato il modo di agire, esso scompare senza lasciare traccia.
La differenza tra “sentimento“, “emozione” e “sensazione” la trovi in quest’altro articolo.
A livello spirituale il “senso di colpa” viene identificato come “senso del peccato”, dove “peccato” è inteso nel suo significato spirituale di “mancanza” dell’attenzione necessaria a compiere la giusta azione, e quindi diventa sinonimo di “ignoranza” spirituale, ossia non rendersi conto che non siamo delle isole separate dal resto del mondo e che ogni nostra azione riverbera e influenza tutto e tutti. Il concetto di “senso di colpa”, in origine, è necessario per permettere all’essere umano di rendersi conto che la Realtà è molto più grande di quello che lui riesce a concepire, e quindi che non c’è solo ciò di cui egli si rende conto con la ragione e con i sensi, c’è molto altro: un immenso mistero di cui tutti facciamo parte come minuscole goccioline di un mare infinito.
Questa realizzazione spirituale non è solo una nozione, è un’esperienza fisica ed estremamente pratica, ed è possibile solo se l’Uomo esce dalla sua condizione di “so tutto io” e si rende conto che è un essere “finito”, cioè piccolo di fronte al Grande Mistero. Questo era l’utilizzo originario della nozione di “senso di colpa” nelle religioni: permettere all’Uomo di uscire dalla condizione di ignoranza e arroganza (credere di sapere/capire tutto) in cui vive, e aprirsi all’inconoscibile, riprendendo il suo posto di piccolo rispetto al Divino. Usato in questo modo, il “senso di colpa” diventa la vera espiazione dell’arroganza e ignoranza e quindi riconnessione spirituale con Dio, infatti non appena l’Uomo si “pente”, Dio lo perdona immediatamente. Questa storia sta ad indicare che Dio non è qualcosa di separato dall’Uomo, ma è l’Uomo stesso quando realizza la propria Armonia interna, ossia quando si riconnette con il Centro.
In molte tradizioni questo viene indicato come “tornare a Casa“.
Oggi facciamo molta fatica a comprendere il significato esoterico di questo messaggio, visto che è stato usato, e ampiamente abusato, dagli esponenti della religione cattolica per più di 700 anni: ci hanno riempito la testa di parole usate male, e il prezzo da pagare per questo è un continuo vagare senza meta, non ricordando più Chi siamo e Perché siamo qui.
Passo adesso alla seconda parola in questione, “responsabilità“, che a livello energetico (ossia percepita dall’interno del Corpo e non solo come nozione mentale) significa “capacità di stare con quello che si manifesta adesso“. Essa è infatti la capacità, o abilità, di rispondere a un evento, a partire dalla Presenza nel Qui e Ora, invece di reagire in maniera automatica. A livello di sensazione corporea, la Responsabilità la raggiungo quando riesco a “stare” nel mio Corpo, presente a me stessa, e lascio che le emozioni e sensazioni che si generano dentro di me, a seguito della situazione in cui mi trovo, possano scorrere liberamente, senza il mio intervento cognitivo. In pratica, io resto osservatore di quel che mi attraversa, e non mi occupo di “mettere il becco” in cose che non mi competono: lo scorrere delle emozioni e sensazioni dentro di me.

Responsabilità è sentire nella Presenza.
Il sentire ha il suo centro all’interno, nel punto più profondo della mia interiorità. Quello è il famoso “Centro” che ogni disciplina spirituale indica come base da cui fare l’esperienza del mondo, la Casa a cui tutti aneliamo a tornare. Più il centro del sentire viene spostato verso l’esterno, e più accade la situazione di “uscire fuori da sé“, ossia la sensazione di non essere radicati dentro se stessi e lasciarsi trascinare via da ogni cambiamento esteriore. Radicamento è, infatti, riportare il proprio centro di percezione dentro di sé.
Continuando a spostare il Centro “al di fuori” di me, accade che viene persa la sensazione della Presenza (e quindi del Radicamento), e una nuova condizione si manifesta: la Confusione, ossia credere inconsapevolmente che ciò che accade “fuori da me” dipenda da me. Questa interpretazione della Realtà è errata, e deriva da una percezione anch’essa errata, che è stata generata dallo spostamento del mio Centro in una zona in cui non ha senso che stia. Questo genera uno sconvolgimento interiore, che si fa sentire come “senso di colpa costante“.
Per approfondire questi temi, ti invito a farne esperienza diretta in uno dei Lavori che propongo, poiché è l’unico modo in cui puoi avvicinarti realmente a questi concetti. Solo l’esperienza diretta con il Corpo ti permette di comprendere e oltrepassare la confusione mentale, generata dall’eccesso di nozioni slegate dall’esperienza pratica. Il Corpo è Maestro di vita.
Quando un sentimento permane nella mia coscienza più a lungo del suo normale compito fisiologico, vuol dire che qualcosa in me lo sta bloccando e costringendo a rimanere là. Normalmente è la mia errata comprensione del “significato” di quel sentimento che lo blocca là, costringendolo a ruotare ossessivamente dentro il mio campo percettivo (vortice somatico), perché gli sto dando un’interpretazione non in linea con la sua natura, e così facendo, inconsapevolmente, continuo a trattenerlo nella mio spazio percettivo.
Il compito della Società sarebbe quello di definire delle regole di comportamento che permettano a tutti noi di vivere insieme in armonia, prima di tutto con noi stessi, e subito dopo con tutti gli altri. Per fare questo, l’unico modo è definire leggi che sono in linea con le leggi universali, o spirituali, dell’Esistenza, in maniera che il piccolo rifletta il Grande e ne assecondi il movimento. Questa è Armonia.
I concetti e le Parole che qui espongo, sono frutto della mia esperienza diretta: si può comprendere il loro significato profondo solo facendone esperienza diretta con il Corpo. Questo è il motivo per cui il Lavoro di Risoluzione Somatica che porto avanti è molto importante: ti aiuta a fare chiarezza dentro di te, così che fuori le cose si rimettono naturalmente al loro posto.
Tutte le aberrazioni del sentire accadono quando non sono Presente a me stessa. E non essendo presente, non mi accorgo di non-esserci, quindi l’unico modo (indiretto) per rendermi conto che qualcosa non va è quello di fare caso ai sentimenti che si ripresentano a ondate o che non mi lasciano in pace. Questo è il sintomo di una condizione ben più profonda, che qui indico come non-presenza a se stessi, e che nel Lavoro che porto avanti hai l’opportunità di sperimentare in prima persona.
Nessuno è responsabile di come si sente un altro, infatti, come ho spiegato qui, non è possibile essere responsabili per qualcun altro, dato che non possiamo abitare il suo spazio emotivo. Questa credenza, data da una percezione errata, è quella che genera l’ossessione per ciò che fanno gli altri e il desiderio sparmodico di volerli aiutare o cambiare per poi, un domani, star bene noi interiormente. Questa è pura illusione.
La vera azione è libera dai vincoli con il futuro e con il passato, è qualcosa a cui do vita e Cuore in questo momento e che, come una freccia appena scoccata, affido al più grande movimento universale, che mi mostrerà qual è il Risultato della mia azione all’interno di un quadro molto più grande e di cui “io” non riesco a vedere pienamente i contorni.
E’ importante a questo punto fare una distinzione tra “senso di colpa” e “vergogna”, benché questi due sentimenti siano spesso utilizzati in modo intercambiabile nel linguaggio comune.
Il Senso di Colpa è definito come “un sentimento di responsabilità o rimorso per qualche offesa, crimine, torto, ecc., reale o immaginario”. Il focus emotivo della “colpa” è l’azione specifica compiuta: ho fatto qualcosa di sbagliato. Questa focalizzazione sull’atto, conferisce alla colpa il potenziale di portare a esiti produttivi. Sentirsi “in colpa” può indurre la persona a fare ammenda, riparare le relazioni e riconsiderare comportamenti o atteggiamenti specifici.
La Vergogna, al contrario, è un sentimento che nasce dal senso di esserci qualcosa di disonorevole o improprio in sé stessi. La vergogna mina l’integrità del sé, ponendo in discussione “il come sono” dell’individuo, e si presenta in risposta a un fallimento personale che coinvolge un’auto-valutazione negativa della persona nella sua totalità, non solo delle sue azioni. Poiché la vergogna è un giudizio negativo sullo stato interno e non sul prodotto di un conflitto esterno, essa offre pochissime possibilità di porre rimedio all’accaduto e porta tipicamente al ritiro sociale e all’isolamento.
Nei percorsi spirituali autentici, viene insegnato a ritornare a se stessi e a nutrire la Responsabilità in noi, lasciando andare quelle convinzioni e credenze che danno nutrimento alla “colpa” e alla “vergogna” nella nostra vita. Come viene perfettamente spiegato nel libro “Lo zen e il tiro con l’arco” di Eugene Herrigel, chi genera realmente l’azione non sono “io”, ma è la Forza Universale stessa, rimettendo il piccolo “io” al suo posto di sentire il risultato dell’azione e non di prendersene il merito o la “colpa”. Questo atteggiamento, se davvero praticato e interiorizzato, porta alla nascita della vera Compassione nel Cuore. Lo stesso Parahamansa Yogananda, nel suo libro “Autobiografia di uno yogi“, insegna che ogni azione, sia essa positiva o negativa ai nostri occhi, va ridata al Divino, essendo Esso stesso la Fonte di tutto ciò che E’. Anche questo è un insegnamento da imparare nella pratica e non solo una nozione da leggere e “capire” con la testa.
Continuando a praticare l’ascolto del Corpo, il nostro centro percettivo pian piano si sposta e si riposiziona dentro di noi, al suo vero posto. Da qui, la percezione, e quindi l’interpretazione della Realtà, sarà molto diversa e tutti i veli e i preconcetti via via saranno dissolti, mentre la vita diventerà finalmente semplice e chiara. Con questa nuova consapevolezza di sé riusciremo a compiere delle scelte “giuste”, ossia che nutrono la Gioia e la connessione sia in noi che negli altri, senza doverci sforzare di pensarle: le azioni fluiscono naturalmente quando diventiamo liberi dai blocchi emotivi.
Tengo Cerchi di Gruppo e Sessioni Individuali di Risoluzione Somatica dei blocchi emotivi e corporei in Sicilia e in Toscana.
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